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Inchiodati dalla parte di sotto

Salmi, prediche, spettri, circo romano, megalopolisis, antropomachia. In questo lavoro ho voluto scavare nelle coordinate terrene che ci tengono lontani dal cielo. Inchiodati dalla parte di sotto.

Non sono brani soggettivi, ma vengono da quello che, dall’antichità e dal mito, è il sacro applicato alla caducità organica.

 

Ovunque proteggi

È una “band ballad”, un pezzo alla Frank Capra, di quelli in cui si deve sentire la polvere, la ruggine, la dolcezza del ritorno. È Ulisse che torna a Itaca e gli dispiace di non esserci stato… Però non aveva potuto fare a meno di andarsene. Musicalmente è un pezzo western, rugginoso, polveroso, ferraglioso. La voce è un po’ in tonalità bassa, un po’ in falsetto, fino a quando nel finale diventa una preghiera, un salmo.

 

Moska Valza

Un techno-punk post sovietico influenzato da Stivali e colbacco di Adriano Celentano, ancora oggi la più importante star italiana in Russia. È costruito come se si fosse in una discoteca dell’est, lo Spartacus di Sofia, ad esempio, con la ritmica che cambia qualcosa in ogni strofa.

 

Dalla parte di Spessotto

Un brano in ginocchia sbucciate e cerbottana, con dedica espressa ai Lucignolo. Un ritorno all’infanzia. 

 

Medusa cha cha cha

Esquivel incontra La ricotta di Pasolini. Un cha cha cha nervoso, un tuffo negli anni ’60 italiani, assolutamente poco cubano ma al contrario molto italo-germano, con chitarra twist’n’roll.

 

Non trattare

La mascella d’asino, uno strumento lancinante, orientale, l’oud, oppure Ribot l’ebreo, un elemento percussivo come nei dischi di Nusrat, oppure quelle zucche rovesciate che usano nel Mali, o ancora le pietre sbattute. Polvere e niente sotto il sole, canto acre, abbacinato, cori ossessivi  (e mantieni l’unità) , belati... mmmbeee!

 

Nel blu

Magia, specchi deformanti, ebrezza, illusione. Occorre arrangiamento con archi, grancassa, legni, oppure organo Wurlitzer da circo… Fragore, illusionismo sonoro.

 

S.S. dei Naufragati

Voce recitante e cantante, forza evocativa, il picco finale, il vascello, la tempesta, lo schiaffo del mare. Violoncello tra i marosi, banda per ritornello finale. Gong, gamelain, riregistrare il piano e sovrapporre. Campana da nave, suono ostinato basso liquido, clarino basso, coro usato piano, mestamente (corno inglese, lamento dell’anima, malato).

 

Dove siamo rimasti a terra Nutless

Voce al telefono, la grande distanza, il fruscio, esplosioni fragori in lontananza, avvicinamento della voce in buttarci a piedi pari... Grancassa-bum bum bum---- Gamelain, grande apertura nel ritornello. Andante maestoso, epico, inserto di Tchaikovskji. Trillo telefono su coda finale... Non è più tardi ora non sarà tardi più.

Orchestra anni 20, tipo funerale del proibizionismo, marching band, grancassa, coro Morricone, Louis Armstrong sul camioncino scoperto, funeral New Orleans (tromba ,cornetta), nel quartiere cinese di san Francisco. Finale voce nel telefono e segnale di linea caduta.

 

L'uomo vivo (Rosario della Carne)

L’inno a u’ Gioia. Travolgente, un incrocio tra Fiesta dei Pogues e i mariachi siciliani. Deve durare molto, cambi di tonalità, come si cambiano le marce del tre ruote, perché giustamente non sa dove andare. Banda di Scicli, capitanata dal maestro Carmelo Magro. 

 

Al colosseo

Timpani, voci sovrapposte... Hoc habet hoc, effetti, flanger e quant’altro.

 

Pena de l’alma

Arrangiamento essenziale, la voce soprattutto, guitarron o bajo sixto, gongs, violino seconda voce. No batteria. Deve suonare completamente come propria, non è affatto una cartolina presa a prestito.

 

Brucia Troia

balafon e ferraglie - e c’è il suonatore del Burkina Baso

Ribot, chitarra antica, mediorientale, di pietra.

Voce registrata nella maschera di toro. Cicale.

 

Lanterne rosse

L’attesa, la sospensione, la bellezza, l’ombra, l’oppio della distanza e del ricordo, un altro Ulisse (chi è che viene nell’ombra?), la dissolvenza. Scatole di suono vuote. Sospensione.

Strumenti cinesi. 

25 ottobre 2005

È un brano, questo, fatto di sospensione, fatto di ombre e di attese… Così mi ero sentito un pomeriggio bevendo in un angolo di hudong, sospeso nell’infinito continente asiatico. Tutte le afe, i delta di fiume dell’Indocina, quella vastità di tramonto portata sulle ali del tifone e che arrivava fino alla mia sedia. E i lumini di fuoco, come piccole lanterne rosse, che a Pechino usano mettere a galleggiare sull’acqua del lago e alle piccole barche a remi che lo solcano.

E come mi sentii, su quale vertigine a bordo di un treno pieno di cinesi, sospeso su un continente e nella notte… Dove saranno gli occhi tuoi quando si chiuderanno i miei…

Nell’afa di agosto, la via Scarlattigrad offriva un certo silenzio oltre l’orario di fine corsa dei tram. Ecco la radiografia sonora del quartiere da dentro le cuffie di tutta la casa, il palazzo e tutto il circondario. Registrammo tre versioni della canzone, col mio Duysen sempre più allentato dal sakè. Chiudendo gli occhi potevo risentire la mia stanza.

Questa fu la mappa del suono che ci guidò nel resto del lavoro… Risentire il luogo, tornarci dentro col corpo della voce, abitare per sempre nella registrazione. Chiudere gli occhi e rivedere la luce al neon fuori, l’afa notturna d’estate nella stanza..

 

Come vincere il terrore di fissare in una forma affascinante il brano una volta scritto, come accettare che sia quella la sua vera e definitiva veste?

 

Avendo iniziato a registrare appena finito di scrivere i brani, non si ha il tempo di sedimentarli nell’esecuzione.

Mi diede una grande angoscia rinunciare a un lavoro condotto con così tanta intimità. Posso ben dire che suonando io stesso quei pochi strumenti, avevo ottenuto un suono mio lì nella calura della Rubieraskaja, nel bunker, riducendo così all’osso la questione, la registrazione stessa definiva il brano.

Eppure sapevo cosa avrei voluto edificarci sopra ancora. Un'orchestrazione, bande, musicisti...

Una volta imboccata la strada dell’orchestrazione si comincia a dipendere dagli altri, organizzare nel tempo la sessione, e soprattutto a quali interpreti, a quali attori affidarla? A quali sceneggiatori in musica?

Si brancola nel buio, nei continui bivi della scelta.

Ho deciso di intendere i brani come ognuno a sé stante, a ognuno un luogo, a ognuno i suoi musicisti.

Il risultato è stato di portare all’estremo delle sue potenzialità ogni brano, ciascuno in fondo alla sua suggestione.

L’idea iniziale era addirittura di registrare a Pechino e Mosca, di trovare un grande solista di harhu in Cina, un dj russo, eccetera... Come Pasolini quando prendeva con sé la troupe e girava campi in Siria e controcampi al Duomo di Pisa...

E insomma, anche nella registrazione applicare il titolo, ovunque proteggi. (Ma come avrei potuto saltare fisicamente da una suggestione intercontinentale all’altra... Questo era già stato fatto nella scrittura)

 

Mr Wu Wei mi fu indicato dal compositore contemporaneo Fabio Nieder, che insegna al Conservatorio di Trieste e lavora in Germania. Dovendo consegnare un'opera alla radio di stato, non poteva arrangiare il brano e propose quindi di affidarlo a Wu Wei.

Egli suonò questa magnifica, elegante piccola vela, l’harhu, riprendendo il tema del brano e raccomandandosi di farlo sentire come da una stanza accanto (temeva fosse troppo kitsch se tenuto in evidenza), e poi suonò un flauto e mi confessò che la mia voce aveva molto colpito sia lui che la moglie. Tagliola ne va molto orgoglioso, dice che è la migliore voce registrata finora. Voce, stanza,  harhu, gong delle nuvole... È tutto quello che fa dondolare queste lanterne nella notte.

 

Tutta la realizzazione di questo disco è stata segnata dalla benedizione dell’incontro e dall’alta protezione del Gigante e del Mago. Niente si è potuto davvero programmare e nella tensione di portare a compimento le cose ci si è mossi come rabdomanti sul filo dell’intuizione.

 

Per primo ho incontrato il Gigante. Il Gigante è un angelo atterrato lungo i canali di Venezia, mentre cercavo di afferrare nel ricordo scampoli di Cina. È alto due metri e cinque, ha occhi da tartaro, è di sangue metà alessandrino e metà caucasico, parla italiano, russo e cinese, e sa ottimamente cucinare in tutte e tre le lingue.

È sinologo e calligrafo e ha mandato a mente un sacco di utilissime nozioni. Lo incontrai nell’età e nel momento in cui un uomo può ancora mettere a repentaglio qualche mese della sua vita per seguire un’ avventura.

Nel corso di scalcagnati viaggi a bordo di automobili a prestito si iniziarono a snocciolare i testi, che mano mano andavo affinando ad alta voce mediante sottoposizione al crogiolo del suo umorismo, alla sana infebbratura del mio nuovo amico. Ed essi diventarono mano mano palline di rosario sulle labbra, sottoposte com’erano a quest’affinamento in barrique. Li portavo alla voce dopo lavoro di scalpello per levare a sbalzo le parole eccedenti realizzando un'unione lubrica tra mistica e geografia.

Nel rigoglio della stagione eccoci finire nelle terre battute dal vento di Barbagia. Imbarilati da Pigozzi, roba grossa, e con i suoi bolliti di pecora.. Come in un'odissea finivamo alle dipendenze di ospiti filosofi, osti e cucinatori. Nella terra dei grandi silenzi tra le pietre dei suoi dolmen, i templi primitivi, trovavo la mia colchide. Incapronato di peli e di pelli muggivo tra la campagna selvaggia bagnata di pioggia. Poi ascoltavo, a bordo Volvo, i prototipi dei brani di cui io costituivo il maggiore ostacolo.

(Le suggestioni mi portarono alla stesura di Brucia Troia, all’affinamento del salmo, al perfezionamento di Spessotto..tornammo in continente per l’addio al florida).

Poi fu la volta di un monastero. Mi si parò davanti al muso così all’improvviso, circondato, assediato di spighe di grano rigoglioso, lo cercavo come un ussaro smazzato oltre le retrovie... Lì i brani finirono per farsi trovare. Dalla cella di clausura si estendeva di sotto una stagione; le campagne delle Marche inorgoglivano, il biliardino cantava... Tutte le portai alla luce, soprattutto il salmo: già era scritto di suo, ma l’incontro con Girolomoni ci condusse dritti nella vertigine koheletica dell’Ecclesiaste di Guido Ceronetti. Risuonava per i bianchi corridoi di Montebello, salmodiante, orientale, pietroso.

 

Fu quella l’opera maggiore.

 

Per otto giorni ci trattenemmo tra le braccia murarie, le celle, la piscina nel mezzo del grano e dei papaveri. Poi caricammo il Volvorosso di Benzina e riscendemmo a valle.

 

Fu allora che sulla nostra strada finì il Mago.

 

È egli un vero Mago, si chiama Christopher Wonder (Christopher Meraviglia!). Ha baffi impomatati, basette arricciate, cilindro lucido e sulla pancia si è tatutato TA DA, la sua parola magica.

Come posso spiegare con quale impeto il Gigante si innamorò di lui al primo colpo, costringendolo a tre sbornie consecutive a Rimini, tanto da fargli perdere carte da gioco da tutte le parti? Ah, potenza del fato, che Trio! A braccio sottobraccio, il Mago aveva una vera passione for sleeping on la strada... E finì proprio così, buttato a lato del selciato, a faccia a terra su un'aiuola, mentre i passanti gli passavano attorno, e non se ne seppe più nulla. Si leccò le ferite come un gatto e così com’era apparso sparì.

 

Rubieraskaja

Per una decina di giorni nel fragore di giugno ce la passammo a Scandiano, tra biliardino, pranzi in famiglia e racconti del mego. Ce ne andavamo in giro scappottati e mi spiegava come era nata la sua vocazione di mago, di come il suo vecchio maestro, incattivito dalla malattia, dall’età e dall’alcool morì sei mesi dopo averlo avuto per allievo; di come sfuggì alla sua borsa di studio, abbandonò la famiglia e decise di diventare mago.

Mi arrivava così, a folate, la sua giovinezza nello stato dell’Indiana, che in quella stagione non era così diverso dai campi di granoturco dell’Emilia.

Il bunker è ricavato da vecchie celle frigorifere denominate Frigoralp. Il grande capannone è di fianco alla stazione di Rubiera, una piccola stazione con un bellissimo baretto con biliardino e tetto con le viti, tutt’intorno è il capannamento industriale che aggredisce la via Emilia; stridono i tir di navarone, in gimcana tra le rotonde invincibili. La temperatura va in surriscaldamento alla prima caldana, l’asfalto e l’eternit aumentano di una decina di gradi la temperatura della piana ipermercata, e l’umidità raggiunge il 400% ...

In quelle condizioni io, il gigante e il mago prendemmo alloggiamento in una casa colonica. Per tutta una fase di luna passammo dall’afa insopprimibile dell’effetto serra all’umidiccio notturno e zanzarato. La piccola sala s’insudiciava, e la notte inaugurammo il cineforum con proiezione nel capannone. Ci godevamo il film da dentro il drive-in della Saab decapottata, e ci incornavamo a suon di rossi del Rinoceronte, un'enoteca all’angolo.

Come si può spiegare la magia di una stagione fuori dai circuiti balneari? La gente impazzisce, dà il meglio... Si butta, chi in canotta, chi in piscina gonfiabile, gente in giro, da ogni parte, anche nei mercati serali della Rubieraskaja dove il mego improvvisava spetta-culi.

 

Questa è stata la magia di Ovunque Proteggi. Una realizzazione al caldo disperante, pazzo, senza potersi abbandonare che a tratti... Eppure accuditi da una stagione.

 

Il circolo Buenaventura per esempio: solo nel mezzo dell’agosto del nord est può capitare di vedere gente scalmanata accalcarsi in un club con una band messicana di Los Angeles... Gabriel Tenorio y su Domingo Siete!

Mentre li ascoltavo rapito, una ragazza piacente, scalza, coi capelli selvatici prese a guardarmi all’altezza della cintura, stava puntando il mio bicchiere che subito mi scippò di mano con mossa repentina e poi e poi... Finii ribaltato sul palco, e ripresomi in qualche modo presi con me Hernandez, lo avvicinai la piano e attaccai Medusa Cha Cha Cha, mi vennero dietro e con que ritmo (ed erano le sei). Si fecero convincere subito e furono ingaggiati per la registrazione che a quel punto prese il via cinque giorni dopo.

Nel frattempo il mego aveva addormentato due oche a casa di Brunello, e improvvisato uno show per i bambini illuminati da candele, mentre io l’accompagnavo all’organo indiano. Lasciammo Castelfranco per le Dolomiti, dove con Brunello svolgemmo un concerto all’alba. 

Come descrivere una tale magia? Unico avvenimento di questa estate?

 

Milano. Officine meccaniche

Però avere la città a disposizione, le strade sgombre, percorrerle decappottati in quella stagione così particolare dove si fa la conta dei negozi aperti e chiusi! Ah che stagione, solo in quei giorni si poteva lavorare in MaiLand. C’era un solo baretto aperto la sera, il Cicco Simonetta; lì eravamo capitati nel nubifragio con Antonietta, e lì eravamo continuati ad andare.

Il Next si riempì della band dei Domingo Siete più noi e solo il giorno dopo con un bel sole ci dirigemmo trionfali. Il cha cha cha rintuonò nella vastità della sala, fu il mio primo cha cha cha.

 

È stata un avventura baciata dalla benedizione e dalla fatalità fino al giorno esatto della consegna, fino a quando Wonder non lo tirò fuori dal cilindro ai funzionari della Warner, e lì terminarono la poesia e l’epopea.

 

Lì si interruppe la corsa, il tempo cessò di essere a tempo, e si allungò questo intertempo oscuro e flaccidento che avrebbe rimandato le cose a tre mesi dopo, a gennaio, un'eternità. La Gioia si trasformò in bile al primo contatto col manageriato, tutto rischiò di essere compromesso con la scusa del fare con più tempo le cose. Sono invece desolato che chi amerà questo disco non lo abbia potuto avere nel periodo più magico dell’anno in cui è nato, che certe canzoni non possano allietargli le feste, fare da colonna sonora al vivo della stagione, così desolato che fino ad ora ho perso affetto, mi sono scollato dalla magia che ha sotteso tutto questo periodo incredibile, ma ad ogni modo spero che visto che ha deciso il meglio per sé fino ad ora, che non sbagli nemmeno in questo, anche se ha cessato di dipendere da noi.

 

Vinicio Capossela   

 

19 gennaio 2006. Presentazione di «Ovunque Proteggi» alla stampa.

Cari ospiti,

Oggi, 19 gennaio 2006, voglio buttarmi anch'io sul carro della travolgente fortuna destinata quest'anno ai capricorni. Ne approfitto per battezzare quest'opera così pelosa e cornuta, e mi ci butto con tutto lo scecco! (l'asino insomma).

 

Dunque oggi battezziamo il bambino, presentandolo agli astanti che converranno giustamente in chiesa. Si tratta di una chiesa sconsacrata, naturalmente, ma ugualmente potrò arringarli esordendo con "...e mi raccomando comportatevi bene, che siamo pur sempre in una chiesa". L'edificio in questione, per la città che lo ospita e da dove sto scrivendo, qui dall’angolo della stazione monumentale è, dicevo, davvero qualcosa, e l'ho trovato veramente solo grazie alla Benedizione dell'incontro che ha accompagnato tutta la nascita e la messa in forma di questo disco, avvenuta nel segno della protezione e del pellegrinaggio, per l'appunto. In effetti non è proprio un disco religioso, ma fa caso ai segni.

 

Perché la Grazia è per me una condizione di disposizione ai segni. Così gli uomini, i profeti, i disgraziati hanno cercato Dio e gli Dei nei segni. Un Dio travestito da viandante, l'ospite sacro in Omero, le apparizioni nel deserto biblico... Dunque, segni. Un osso, un gri gri, il deserto.

 

E dato che è quel tipo di chiesa, allora eseguiremo “Santissima dei Naufragati” e per l'occasione avremo sua maestà il violoncello vascello in persona: Mario Brunello, e il Coro della Cappella di San Maurizio, ventiquattro voci d'angelo per scendere all'inferno, per annegare e consegnare l'obolo d'oro delle monete sugli occhi al Traghettatore, e farsi richiudere il mare calmo sopra la testa… La campana navale suonerà a morto tra le nebbie, come nella «Ballata del vecchio marinaio» di Coleridge, appariranno spettri e fuochi fatui, e sarà tutto finito insomma. E poi sarà il momento della redenzione, dunque suoneremo «Ovunque proteggi», l'abbraccio spero abbraccerà gli astanti, e faranno la pace, si renderanno conto che "un soffio sono i nostri capelli neri" e che gli dei ci invidiano la vita proprio perché siamo mortali, perché il prezzo di viverla è perderla.

E il prezzo di andare è quello di lasciare, e che siamo mostri, perché siamo divisi a metà e che "sulla terra non c'è uomo capace di far bene senza fare il male"...

 

Ed ecco perché un occhio di riguardo anche ai mostri, ai sagittari, ai minotauri... Ah, la solitudine del Minotauro, chiuso nel suo labirinto di porte aperte! Un occhio di riguardo anche alle meduse, che non possono guardarti senza pietrificarti il cuore, al meretricio di Samaria, della megapolisis, al Drago… Anche laggiù in oriente il Drago, nell'abisso del suo lago, è solo. Gli uomini soltanto ne fanno un Dio.

Agli assassini assassinati al Colosseo, allo Spessotto/Giona imbrandato dentro la stiva, evaso dal compito evaso dall'ordine a giocarsela a nascondino di soppiatto allo sguardo divino, a tutti noi cacciati dal paradiso, figli di quei farabutti di Adamo e di Eva. Un occhio anche per Golia, per gli afflitti di gigantismo, per Polifemo, che era così solo che aveva anche un occhio solo; per il lago di zolfo che ci attende nei "giorni dell'ira", per la mascella d'asino con cui dovremo difenderci, che così ci ha lasciato il dio: abbacinati, nel niente sotto il sole. Per i mostri che diventiamo, deformati dall'amore (“deformano e sformano gli occhi i tuoi occhi”), dall'illusione, mostri d'amore, come il salmone che dopo essere risalito per i fiumi della terra si trasforma in mostro, metà pesce e metà drago, e poi muore deponendo uova per ripetersi… In un miracolo di meraviglia. TA DA!

L’Alfa e l’Omega della meraviglia in queste due sillabe!

Mostri per quanto è mostruoso l'addio, per la pena dell'anima che ci istilla nel cuore, e ci fa andare orfani nel mondo (che farò lontano da te, pena dell'anima...), perché ci lascia vivi e obbligati ad andare ancora… Idi Venecka idi... come il Venecka di Erofeev di “Moska-Petusky” che, per stazioni di Via Crucis, beve immediatamente, galantemente, maestosamente, disperatamente, definitivamente...

 

Ah! Che rinculo, visioni intraviste lontane, la gloria, l'epopea, qualcosa che si intravede e ci lascia orfani dopo, quattro vodka sour più sotto, venti raffiche di Cordon Rouge più sotto. Andarlo a vedere quel bagliore da vicino, finché prenderemo d'anticipo il mattino. Caro Nutless, ti ci porterò alla fine laggiù... E sia! Andiamoci una volta per tutte! Là dove ci conducono i prodigi degli insonni... A L’ATTAQUE! BUM! Grazie a tutti, e che la Grazia sia con tutti noi, abbracciatevi e se non ci credete andate tutti affanculo, oppure abbracciatevi, e lasciatemi a morire.

Vinicio Capossela

 

La Chiesa di San Carpoforo, dove si è tenuta la presentazione, è una chiesa sconsacrata situata nel centro storico di Milano, diventata poi archivio e oggi sede dell'Accademia di Brera. 

Roma, 10 settembre 2006. La notte bianca

La notte bianca, bianca come i fantasmi, gli spettri, che l’affolleranno all’alba.

Andiamo dove ci conducono i prodigi degli insonni... Così avevo scritto come dedica a chi si proponeva di ascoltare Ovunque Proteggi, scimmiottando nella formula Cesare che voleva essere condotto invece ai prodigi degli dèi. Lassù in Comune mi devono avere preso sul serio e dunque eccomi qua, molto onorato di celebrare la forma di resuscitazione più ripetuta dell’universo, la resurrezione del sole insomma.

Sono stato noleggiato per suonare all’alba, e questo mi onora molto. Come gli ussari che si preparano all’attacco, come i duelli, come la morte dei vampiri - i vampiri della vigna, che l’alba livida di bruma li asciuga e li consuma. Ho spulciato tra le armi e le sciabole del repertorio i pezzi più adatti a fendere questo velo eterno, che continua a separare dal primo atto della creazione la luce dalla notte e ho trovato diverse storie di albe livide, di tardi rientri, di buio vinto dalla luce e di notte dilagante fino a rendermi conto che non mi sono occupato quasi di altro.

In più, per finire, anzi per ricominciare, ho anche il pezzo del Veglione, che per l’occasione potremmo ribattezzare lo Sveglione... E terminarlo con guidate con prudenza e buona giornata... Andatevi a coricare.

Sono abituato del resto a celebrare le chiusure più che le aperture. Ne ho celebrate finora diverse: chiusure, affondamenti, naufragi di locali e persone. Sono io stesso un musicista in chiusura. Però che sipario ci è offerto stavolta... Il sipario del nuovo giorno.

Lassù, sulla terrazza del Pincio si potrebbe comparire in vestaglia e ciabatte, farsi portare del caffè e da quel podio dell’ultima ora dedicare questa notte in bianco volontaria a chi la passa invece bianca normalmente e senza volerlo. 

Ai viandanti e agli insonni è infatti concesso un privilegio: potere alzare gli occhi al soffitto e avere per soffitto il cielo.

E nel cielo una Volta, e in quella Volta vedere selve di animali, di corna, di zampe, di miti fioriti nel cielo, e storie intrecciarsi tra i punti delle stelle, sentire che ognuno ne ha una personale che brilla e che lo regge con fili invisibili dalle sue cinque punte, sul suolo della terra come una marionetta... E sempre sentirsi seguiti dallo sguardo della Signora Luna, che non gira mai il volto a costo di farselo sparire nel buio, forse perché non si vuole mai perdere lo spettacolo che gli offriamo qua sotto.

E certo quella notte avrà più che mai da guardare nella sua eternità di osso morto nello spazio. Questo ultimo, contemporaneo sussulto di Roma imperiale da baccanale, da Anfiteatro Flavio, strizzerà l’occhio e il suo battito di ciglia sarà di due secoli. Gli scorreremo davanti anche noi, come un fiume ebbro in piena, e spariremo nel tempo di un altro battito di ciglia. Tra le pieghe e le colonne dell’Urbe, che il tempo è una scrollatina di spalle anche per la città eterna.

Andiamo dunque, finché ci siamo. Andiamo ancora una volta dove ci conducono i prodigi degli insonni, in fondo alla notte. Non c’è di che temere, tanto non si muore tutte le mattine, si muore una volta sola.

 

Vinicio Capossela